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Aspetti rituali del combattimento fra umani

 

Una rissa, un'aggressione da strada, non sono mai un evento veramente casuale.
La violenza si manifesta quasi sempre secondo un rituale che si ripete tale e quale da quando esiste l'uomo.
Conoscere questo rituale è un aiuto indispensabile, per riconoscere in tempo il pericolo ed agire prima che sia troppo tardi.
 
I documentari di SuperQuark ci hanno raccontato tutto sui rituali di lotta di lupi, leoni, rinoceronti, e ogni sorta di mammifero, rettile, insetto o pennuto sulla faccia del pianeta. Eppure su quello che fa l'uomo in casi analoghi, quando cioè il conflitto tra simili sfocia nello scontro fisico, si sa molto poco a parte le notizie frammentarie e in gran parte inesatte che ci riportano i mezzi di informazione.
Eppure, è evidente per tutti l'importanza di saperne di più.
Se stiamo discutendo animatamente con un tizio per una questione di parcheggio, per esempio, sarebbe importante sapere che ci troviamo a cinque secondi da un pugno in faccia.
Tanti invece non lo sanno e marciano imperterriti verso la loro rovina. L'impreparazione delle persone a questo riguardo è totale. E si vede.
E' inutile reclamare a gran voce la presenza di più poliziotti, di leggi più severe, in una parola di più sicurezza, quando i comuni cittadini sembrano completamente sprovveduti di fronte al pericolo, al punto di cacciarsi nei guai per pura e semplice dabbenaggine.
 
Conoscere i comportamenti a rischio, nostri e del nostro eventuale aggressore, rappresenta il primo passo concreto verso una prevenzione efficace: conoscere per evitare quindi.
Anche se gli episodi di violenza ci appaiono talvolta privi di logica, in realtà non è così.
La violenza si ripete tale e quale in questo modo da millenni, secondo un copione noto ed arcinoto di cui ci rifiutiamo spesso di prendere atto, adagiandoci nella presunzione di vivere in una "società civile" con un ordine costituito che vigila sui nostri sonni.
Come dicevo, non sono molti gli studi sul campo relativi ai rituali aggressivi dell'uomo. Molto di quello che leggete di seguito è tratto dal lavoro di Geoff Thompson e Keith Kernspecht  i quali si sono cimentati, ognuno per conto proprio, in un'opera documentaristica alla Piero Angela proprio sulla fauna dei bassifondi delle loro città, allo scopo di raccontare che cosa succede prima e durante un'aggressione.
 
Scrive Kernspecht: "Ho effettuato delle ricerche sul comportamento violento degli animali e degli uomini. Mentre gli altri andavano nei bar ad ubriacarsi o andare dietro alle donne, io, già da liceale ed allievo poliziotto, mi sedevo con un bicchiere di succo d'arancia e un blocco per appunti in locali nei quali avvenivano spesso risse, per poter osservare il comportamento maschile di "difesa del territorio". [...] Nel corso dei miei studi, mi sono imbattuto spesso in rituali che risalgono a migliaia di anni fa e che qualsiasi combattente da strada conosce inconsciamente. Questi rituali atavici determinano il decorso immutabile della maggior parte gli scontri fisici. Conoscerli significa conoscere se stessi gli altri".

Il lavoro di Kernspecht descrive soprattutto quel tipo di aggressione che deriva dall'incontro di certi macho da birreria che, sembra di capire, in Germania sono piuttosto frequenti.
Secondo Kernspecht, quindi, un'aggressione di questo tipo si svolge secondo quattro tipiche fasi rituali:
 
 
  1. La fase visuale. Per esempio vi trovate in un bar e il vostro sguardo si fissa su un tipo seduto al tavolo di fronte. L'occhiata dura qualche decimo di secondo di troppo e, di conseguenza, quello si alza e vi rivolge la solita domanda "Che hai da guardarmi? Ci conosciamo? Sei forse finocchio?...". E vi ritrovate automaticamente nel secondo livello dell'escalation, perché siete sorpresi e non vi vengono in mente parole adeguate.
  2. La fase verbale (l'intervista). Se adesso non escogitate qualcosa per placare la situazione ("Scusa, ti hi scambiato per un altro...") il copione potrebbe proseguire così: "ma io... mica ti stavo guardando..." vi accorgete di aver paura, la voce diventa sottile e balbettante. Intanto l'altro si avvicina minaccioso "Str...o! Mi prendi per il culo? Che c...o avevi da guardarmi?..." Avvicinandosi diventa ad ogni parola più furioso: le vene si gonfiano, il mento si abbassa, le pupille si dilatano e si muovono a destra e a sinistra freneticamente.
  3. La fase delle spinte e delle prese. "Vuoi in po' di botte? Ma io ti rompo il cu..o!!..." Sentite l'odore di aglio provenire dal suo alito, ormai vicinissimo, siete come paralizzati davanti a questo immotivato scoppio di violenza. L'individuo di fronte è paonazzo, gonfio di adrenalina, quasi non sentite più i suoi insulti perché ha cominciato a spintonarvi, provate a dire qualcosa ed indietreggiate mentre quello continua a spingervi. Ancora una spinta che vi fa sbattere contro la parete. Non potete più tornare indietro, lo scontro fisico è inevitabile.
  4. Ultimo atto. Arriva il primo schiaffo, poi un altro. Non avete il coraggio di alzare le braccia per paura di peggiorare le cose. Ma subito arriva una testata in faccia, poi una ginocchiata al basso ventre. Crollate a terra, mentre l'altro infierisce a calci, prima di andarsene. Tutta la scena è durata meno di venti secondi.
Si può obiettare che questa descrizione sembra riferirsi ad un'unica tipologia di aggressore, quella del balordo che cerca la violenza per il solo gusto di farlo.
Ovviamente questo non è l'unico tipo di aggressore possibile e forse nemmeno il più probabile.
Le aggressioni avvengono, oltre che per la pura ricerca della violenza, per rapina, per rancore, per motivazioni politiche, per stupro, e altro ancora.
In realtà ci sono molti tipi di aggressore e ognuno usa un rituale diverso prima di colpire.
Il rapinatore da strada, lo scippatore, adottano un rituale "coperto" che prevede nelle prime fasi la scelta del luogo propizio, l'individuazione delle persone più vulnerabili e appetibili e solo dopo passa alle fasi successive, che possono prevedere tanto un'"intervista" verbale (con lo scopo di distrarre la vittima o intimidirla), tanto un attacco improvviso senza alcun preliminare.
Questi malviventi non operano in modo plateale come il balordo descritto da KernSpecht, ma agiscono in modo subdolo usando l'inganno e sfruttando la vulnerabilità, psicologica o ambientale, della vittima.
 
Un rapinatore,  uno stupratore, può essere gentile, apparentemente casuale nei modi e nel pretesto: "Scusa, sai dirmi l'ora?...", "Hai da accendere?..."
Si tratta di un approccio "esplorativo", per capire se la vittima è mentalmente impreparata a reagire (si dice in "codice bianco"), oppure per provocare un calo di attenzione da parte della futura vittima, in modo da avere le massime chance di successo. La fase delle spinte e le minacce può verificarsi subito dopo in modo improvviso e violento: "fuori i soldi...Subito!!" "dammi il portafoglio o t'ammazzo!!..."
ha lo scopo di provocare la paralisi da adrenalina nella vittima: la sorpresa, l'improvvisa e brutale percezione del pericolo, provoca quasi sempre l'incapacità di reazione da parte di chi la subisce.
Secondo Geoff Thompson, tanto maggiore è il crimine, tanto più è elaborato l'inganno in cui l'aggressore trae la sua vittima.
Ad un estremo Thompson riporta il caso di un serial killer, John Cannan, il quale inviava alle sue vittime designate (solitamente donne) mazzi di fiori, champagne e inviti a cena, prima di stuprarle e ucciderle.
All'altro estremo, invece si collocano i balordi descritti da KernSpecht, personaggi incapaci di elaborare simili raffinatezze,  i quali manifestano la loro carica di violenza fin dal primo momento.
L'unico aspetto che accomuna tutti i tipi di aggressione è la progressiva riduzione della distanza, psicologica e fisica, da parte del malintenzionato. Qualunque sia il metodo impiegato, una "intervista" verbale roboante e minacciosa oppure un approccio educato e pretestuoso, il malvivente deve arrivarvi vicino senza che ve ne accorgiate troppo. Lo scopo della cosiddetta fase verbale consiste proprio nell'occuparvi la mente a cercare risposte sensate a quanto vi viene detto in quel momento. Mentre siete così occupati, è molto facile che non vi accorgiate che l'altro vi è arrivato vicino, molto vicino. A questo punto difendersi diventa molto difficile.
 
Sempre secondo Geoff Thompson, il rituale di attacco di un delinquente abituale segue un copione abbastanza riconoscibile, in cui compaiono gli ingredienti esemplificati nelle quattro "D": "Dialogue - Deception - Distraction - Destruction" (Dialogare, Ingannare, Distrarre, Distruggere) i quali implicano tanto il linguaggio "della strada", quanto il linguaggio del corpo.
Un picchiatore abituale molto spesso dirà alla sua vittima una frase del tipo "Non voglio litigare...", quindi attaccherà in modo improvviso e feroce, mettendo il malcapitato KO in un attimo.
Ancora una volta, l'attenzione deve essere principalmente sul mantenimento della distanza.
 
Se l'altro dice "Non  voglio guai..." e resta dove si trova o si allontana, probabilmente la minaccia non è così grave.
Ma se quello vi dice "Non voglio litigare..." e viene verso di voi, dovete mettervi in allarme rosso e prepararvi al peggio.
Insomma, leggendo queste righe è facile che vi siate fatti l'idea che l'aggressore da strada moderno è un codardo senza onore e regole.
In effetti è così, nel senso che quasi mai ci si imbatte in un avversario che vi sfida ad un duello rusticano.
Se possibile, l'aggressore vi colpirà alle spalle.
Se si troverà faccia a faccia con voi, cercherà di colpire con l'inganno.
I delinquenti abituali, come rapinatori, stupratori e scippatori, non fanno eccezione ed adottano anche loro un rituale di attacco largamente basato sulla dissimulazione.
Ecco un esempio tipico:
  1. Viene scelto il luogo propizio, un ambiente isolato oppure al contrario un luogo di forte transito, come un centro commerciale o una via di negozi. Qui viene esplorato l'ambiente alla ricerca di una vittima, ovvero una di quelle persone in "codice bianco", oppure in stato di svantaggio fisico o ambientale
  2. Se il luogo lo consente, l'attacco avviene immediatamente, altrimenti il malvivente segue la sua vittima (stalking) fino a che il bersaglio non aumenti la propria vulnerabilità mentale o ambientale, per esempio entrando in un parcheggio deserto o una strada poco frequentata. Se la vittima vene seguita da un centro commerciale al parcheggio, spesso l'aggressore aspetta che cominci a mettere la spesa nel bagagliaio dell'auto, oppure attacca quando cerca di entrarvi. Infatti è proprio in uno di questi momenti che anche persone solitamente attente abbassano la guardia.
  3. A questo punto, una volta acquisito il vantaggio ambientale e se l'aggressore lo ritiene necessario, può aver luogo la cosiddetta intervista. Lo scopo è come sempre valutare meglio la vittima da una parte, dall'altra sviarne l'attenzione, prima del repentino attacco. E' in questa fase che una lettura del linguaggio del corpo può far presagire l'imminenza di un attacco. Nemmeno gli aggressori più incalliti, infatti, riescono a dissimulare completamente gli effetti dell'adrenalina sul loro corpo: un leggero pallore, le pupille dilatate e mobili per contrastare l'effetto tunnel, un leggero tremore, possono mettere sull'avviso. In alcuni casi, se il malvivente si accorge che la sorpresa è fallita, e l'altro è sul chi vive, può interrompere il suo rituale di attacco e rinunciare cercando una vittima più vulnerabile.
  4. Terminata la fase di avvicinamento, il bandito può decidere di attaccare oppure limitarsi a minacciare la sua vittima. Spesso il rapinatore si limita a minacciare verbalmente, sottolineando la minaccia con un'arma e/o la presenza di complici. La speranza del malvivente è quella che la paralisi da adrenalina, che quasi sempre attanaglia la vittima, sia sufficiente a concludere l'azione. In questi casi, la minaccia viene reiterata con maggiore aggressività provocando nella vittima ulteriore shock adrenalinico In altri casi, invece, il rapinatore colpisce intenzionalmente, a volte senza eccessiva ferocia, al solo scopo di terrorizzare ulteriormente, a volte brutalmente, allo scopo di stordire la vittima, in modo da "alleggerirla" con comodo.
Quindi di fronte ad un comportamento così subdolo ed ingannevole diventa di fondamentale importanza l'abilità nel leggere il linguaggio del corpo dell'avversario, per indovinare i segni premonitori in un rituale di attacco.
 
Riassumiamo qui i più importanti:
  • Pupille dilatate e mobili. Anche i delinquenti abituali sperimentano prima dell'attacco, un certo rilascio di adrenalina nel sangue. Questo comporta nella loro percezione visiva un fenomeno noto come "effetto tunnel", ovvero la perdita della visione periferica. Tale effetto comporta la necessità di muovere gli occhi a destra e a sinistra per poter percepire l'eventuale arrivo sulla scena di testimoni, poliziotti, o altre "turbative".
  • Altre manifestazioni adrenaliniche. Come già detto, tali effetti sono difficilmente dissimulabili anche da parte di persone abituate alla violenza. Nell'imminenza di un attacco, è probabile che si manifesti, oltre alla dilatazione delle pupille,  pallore al viso, mimica facciale inespressiva e tesa e una leggera rigidità nei movimenti, nel tentativo di nascondere il tremito da adrenalina delle mani o delle braccia. Anche la voce può subire alterazioni, ed è probabile che subito prima di colpire, l'altro ammutolisca improvvisamente o risponda a monosillabi
  • Nascondere le mani Se l'aggressore porta con sé un'arma, cercherà di tenerla nascosta fino all'ultimo momento. In questo caso la mano che impugna l'arma sarà nascosta, in tasca o dietro la schiena. Se una o entrambe le mani dell'altro non sono visibile, quindi, fare attenzione. Alcuni aggressori non  nascondono le mani, ma ruotano il palmo all'indietro in modo da nascondere un coltello, oppure, sempre allo stesso scopo,  tengono la mano armata vicino alla coscia per nascondere la lama.
 
Come si vede, quindi, non c'è un solo rituale.
Conoscerli anche solo a grandi linee, tuttavia, è un elemento fondamentale se si vuole organizzare un programma di prevenzione personale che abbia un minimo di efficacia.
In conclusione conoscere i rituali serve soprattutto se si è in grado di riconoscerli nelle primissime fasi.
Anche se si riesce ad evitare di porsi in situazioni di svantaggio ambientale, può capitare di trovarsi invischiati in qualche situazione a rischio, rappresentata dalle fasi visuali e verbali di cui abbiamo parlato in precedenza.
In situazioni di questo tipo, nella maggior parte dei casi è possibile trarsi di impaccio adottando tempestivamente tecniche di de-escalation, di gestione della distanza o accorgimenti posturali che fanno capire, nella logica di un messaggio assertivo, ad un potenziale aggressore, che "non è il caso" di procedere oltre.
 
Se non si riesce, ed è probabile che questo avvenga visto il pochissimo tempo a disposizione per agire, l'unica alternativa al subire un pestaggio o una rapina, potrebbe essere una reazione immediata e feroce. In questo caso, però, nulla sarà più certo.
 

 

(Articolo gentilmente concesso dagli amici di sicurezzapersonale.net)

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