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Maestri

Sifu Alessandro Messina

Ho cominciato a praticare le arti marziali quando avevo dodici anni. Molto tempo fa. A quell’epoca il kung fu non si immaginava nemmeno che esistesse, a Roma non c’era neanche un ristorante cinese e del karate si sapeva solo che era una tecnica mortale i cui esperti uccidevano tori e umani facendo uso di micidiali colpi vibrati col taglio della mano.
Il judo era invece più conosciuto (aveva fatto il suo debutto nel mondo del grande sport in occasione delle olimpiadi di Tokio del 1964) e quasi non c’era palestra nella capitale che non vantasse un corso della dolce arte. Come molti altri anch’io cominciai con quello.
Attratto forse più dal fascino esotico di quella disciplina che dalla sua reale sostanza, continuai a praticare fino a conseguire il primo kiu (cintura marrone), poi accaddero due cose: una nota casa editrice invase il mercato con una moltitudine di libri, in edizione tascabile e non , sul karate (uno di questi era intitolato “karate contro il cane”!!!) e arrivarono in Italia i primi film sul kung fu.
Fu come se qualcuno avesse gettato un cerino acceso nella benzina: la febbre del kung fu contagiò improvvisamente tutti, con grande gioia della casa editrice di cui sopra (e di altre) e delle scuole di karate che si riempirono da un giorno all’altro di gente.
L’apice di questo fenomeno si raggiunse quando fece la sua comparsa sul grande schermo Bruce Lee. Il mio maestro di judo (come molti altri) si ricordò improvvisamente che era anche cintura nera di karate e aprì un corso al quale mi iscrissi immediatamente. Ci misi poco a capire che era molto diverso dal Piccolo Drago così andai in cerca di un’altra palestra e di un altro maestro. Ormai mi ero lasciato definitivamente (e senza rimpianti) alle spalle il judo per entrare nel mondo, apparentemente più duro e realistico, del karate.
Ero molto giovane allora e, come tutti i ragazzi della mia età, ingenuo, idealista e pieno d’entusiasmo. Avevo anche le idee un po’ confuse, a dir la verità, e non solo per colpa della mia inesperienza. Il mondo delle arti marziali era pieno di personaggi ambigui i cui dan crescevano da un giorno all’altro, praticamente a vista d’occhio, che si presentavano come eroi imbattibili e che spacciavano continuamente per arte marziale qualcosa che a volte era sport, a volte filosofia (spicciola), molto spesso un impossibile miscuglio di entrambe le cose.
Devo dire che oggi il nostro mondo non è cambiato affatto, per fortuna sono cambiato io. Ma andiamo con ordine. Praticai il karate shotokan per molti anni, fino al primo dan, ma lo feci in maniera strana: sempre più isolato, sempre più alla ricerca di cose (cose strane come l’efficacia e la coerenza) che era chiaro non interessavano a nessuno. I miei compagni (ed anche i miei maestri) partecipavano alle gare, passavano da una federazione all’altra e sembravano non accorgersi di quanto quel tipo di pratica fosse più simile ad un gioco che ad altro.
Erano gli anni ottanta: a parte un breve periodo in cui esplose e si diffuse la mania del nin-jutsu era la kickboxe a farla da padrone in quel periodo. Lo street-fight, il ju-jittsu brasiliano, i combattimenti nelle gabbie ed altre amenità simili ancora dovevano vedere la luce del sole e il jeet-kune-do era ancora soltanto una parola, un nome creato ed usato da Bruce Lee per definire qualcosa (qualunque cosa fosse) che conosceva solo lui.
Mentre continuavo la mia ricerca solitaria del “karate perduto” mi capitò più volte di leggere, sulle pagine dell’unica rivista di arti marziali pubblicata in Italia, di uno stile cinese profondamente diverso da tutti gli altri, famoso per la sua concretezza ed efficacia, i cui praticanti pareva fossero stranamente capaci di rimanere “incollati” alle braccia dell’avversario e di “sentire” così la forza e i movimenti dell’altro sfruttandoli sempre a proprio vantaggio.
Chi-Sao, “mani appiccicose”, si chiamava questa singolare abilità e il tutto era reso ancora più intrigante dall’essere questo proprio lo stile che aveva studiato il mitico Bruce Lee ad Hong Kong prima di partire per gli Stati Uniti.
Circolavano storie su di esso, storie di sfide, di combattimenti e di personaggi che, ancor giovani, erano già delle leggende viventi. In Germania esisteva addirittura un castello, tutto torri e mura merlate, che avrebbe fatto la felicità dello stesso Ludwig di Baviera, dove maestri e allievi di questo stile vivevano e si allenavano sotto la guida indiscussa di un personaggio che la più autorevole rivista americana del settore aveva definito “il Kaiser del Kung Fu”. Un suo allievo, un giovane turco emigrato in Germania, aveva raccolto l’arrogante sfida di un famoso maestro di Hong Kong sbaragliandolo in pochi secondi e ridicolizzandolo davanti ai suoi stessi seguaci.
Un’aura di efficacia e d’invincibilità sembrava emanare dagli appartenenti al clan del WingTsun e dentro di me sentivo crescere la curiosità di conoscerne di persona i segreti. Siamo all’inizio degli anni novanta e a Roma il rappresentante di questo stile era il maestro M. Fries. Un pomeriggio piovoso e freddo di novembre lo andai a trovare. Ciò che mi mostrò, anzi ciò che mi “dimostrò”, facendomi toccare con mano (la “sua” mano, è il caso di dirlo!) l’efficacia del WingTsun e dei suoi principi avrebbe cambiato la mia vita.
Appesi il karategi al chiodo e ricominciai daccapo ancora una volta. La strada era lunga e, inutile nasconderlo, difficile, ma ne valeva la pena: più praticavo e più mi innamoravo della nuova disciplina, della coerenza e dell’intelligenza racchiuse nei suoi principi e nei suoi movimenti e della sua straordinaria concretezza. Pur senza concedere nulla alla ricerca estetica il WingTsun era anche bello ed elegante, elastico, veloce e “tagliente” come le movenze di un felino quando combatte. Avevo indubbiamente trovato la mia “via”, ne ero sicuro, e questa consapevolezza, da allora, non mi abbandonò più.
Nei dodici anni che seguirono fui allievo diretto del capoistruttore italiano, Sifu F.Cuciuffo, di Sifu Kernspecht (mio Si-Gung) e di Sifu Leung Ting (mio Si-Jo). Furono anni di entusiasmo dei quali ho un bellissimo ricordo: non tralasciai di partecipare neanche ad uno degli stages intensivi che Si-Gung Kernspecht teneva in Italia ogni tre mesi, era come frequentare l’università del Wing Tsun, con tanto di esami tenuti personalmente dalle “mani più veloci del mondo”.
Durante questo lungo periodo, mentre il mio Wing Tsun cresceva e maturava, come un albero curato da giardinieri attenti ed esperti, conobbi tanti maestri ognuno dei quali aveva qualcosa di personale da insegnare e trasmettere.
Ho cercato di prendere qualcosa da ognuno di loro e a tutti sono grato per quello che ho appreso. Uno in particolare di questi maestri colpì subito, straordinariamente, la mia attenzione sia per la eccezionale efficacia del suo Wing Tsun che per le sue doti umane: Sifu Emin Boztepe. La sua abilità di combattente (accompagnata dall’aura leggendaria delle innumerevoli sfide sostenute e vinte) era pari alla pazienza e affabilità che dimostrava come insegnante. Divenne il mio punto di riferimento sia come allievo e praticante che come maestro: quando dovevo risolvere un problema tecnico o didattico l’ago della mia bussola indicava sempre lui, il suo Wing Tsun perfetto, le sue spiegazioni ineccepibili.
E’ questa la ragione per cui, quando nell’estate del 2002 la notizia della sua separazione-espulsione dalla EWTO-IWTA è arrivata come un ciclone nel mondo delle arti marziali, ho deciso di seguirlo aderendo alla organizzazione mondiale da lui fondata (EBMAS).
I due anni successivi, trascorsi ad allenarmi intensamente secondo gli insegnamenti di Sifu Boztepe, sono stati un periodo molto intenso di maturazione e completamento del mio Wing Tzun: l’approccio scientifico, razionale, del nuovo metodo e il lavoro giornaliero sull’uomo di legno e le sue applicazioni mi hanno consentito un progresso tecnico di cui mi sentirò sempre personalmente debitore a questo maestro. Contemporaneamente a questo processo di maturazione tecnica dentro di me è nata, ed è andata sempre più crescendo, l’esigenza di praticare e trasmettere questa disciplina in un modo diverso da quello proposto dalle grandi organizzazioni internazionali, tutte troppo attente al marketing ed alle sue leggi. Chiamatelo ritorno alle origini, se volete, ritorno ad un Kung-Fu a misura d’uomo in cui una scuola non è una megastruttura piramidale e multinazionale, mossa da finalità che solo in parte coincidono col miglioramento del praticante, ma un gruppo di persone che, come una famiglia, si riunisce intorno ad un maestro con l’unico scopo di imparare e progredire.
Con il sostegno e il consenso dei miei allievi, molti dei quali mi seguono ormai da tanti anni, ho compiuto quindi il doloroso passo della separazione dall’EBMAS per dar vita ad una struttura che, pur con le sue piccole dimensioni (e forse proprio grazie a queste), potesse rappresentare un punto di riferimento per quanti oggi desiderino imparare e praticare, secondo uno spirito realmente diverso,l’arte di Yip Man.